Autore Topic: Autori con la pipa in bocca  (Letto 190420 volte)

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Autori con la pipa in bocca
« il: 28 Febbraio 2006, 22:18:38 »
Ho deciso di continuare quindi meglio fare un 3d unico dove tutti possono aggiungere roba del genere.
 :D  :D
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Roger Zelazny
« Risposta #1 il: 28 Febbraio 2006, 22:21:27 »
Roger Zelazny (1937-1995)
Uno dei più brillanti autori di S.F. americani degli anni sessanta,settanta,ottanta, specialista e innovatore ai limiti del fantastico puro,il suo genere in particolare è stato definito "Fantasy jazz" un jazz molto freddo ma con molti ritornelli.
Fumatore di pipa dei più accaniti,credo abbia fumato anche del tabacco,si narra che sia nato con la pipa in bocca,nelle sue storie la pipa c'è sempre,non per rafforzare il carattere dei personaggi,già molto coloriti e veri in storie sempre fantastiche, ma come una presenza quasi protagonistica,per fare un paragone come la musica in un'opera lirica.
Ho scritto anche troppo,mi spiace molto per chi non ha mai letto niente delle sue opere,però può sempre rimediare e correre in libreria.


-Konstantin Nomikos-

Un mucchio di morbide poltrone stavano poggiate nell'alcova formata per due lati dai muri a nord della stanza, e per il terzo dalla telinstra. La suonatrice di telinstra era una vecchia signora con occhi sognanti. Lorel Sands, il Direttore della Terra, stava fumando la sua pipa...
Insomma, la pipa è una delle facce più interessanti della personalità di Lorel. È una vera Meerschaum, e non è che a questo mondo ne siano rimaste poi molte. Per il resto, la funzione principale di Lorel consiste nel fare da anticomputer: gli fate ingurgitare tutti i possibili tipi di fatti accuratamente vagliati, percentuali e stati­stiche, e lui li trasforma in spazzatura. Pungenti occhi neri, e un lento, minuzioso modo di parlare mentre quei suoi occhi vi tengono incatenati; piuttosto parco nei gesti, ma estremamente efficace quando taglia l'aria con l'ampia destra o punzecchia immaginarie signore con la pipa;

 

Hasan, accucciato contro il muro di destra, fumava una pipa dal lungo cannello e dal fornello piccolo. Sembrava in pace.
Mamma Julie, immagino fosse lei, cominciò a cantare. Altre voci la seguirono:

Papà Legba, ouvri bayé!
Papà Legba, Attibon Legba ouvri bayé pou pou passé! Papà Legba...

Il coro continuava, e continuava e continuava. Co­minciai a sentirmi assonnato. Bevvi dell'altro rum e mi venne ancor più sete, così ne bevvi dell'altro.
Non sono sicuro di quanto tempo fosse passato, quando successe. I danzatori avevano baciato il palo e cantato e scosso zucche e versato dell'acqua, e un paio di hounsi erano posseduti e parlavano con completa in­coerenza, e il disegno fatto a farina sul pavimento era tutto confuso, e c'era un mucchio di fumo nell'aria, e io stavo appoggiato contro il muro e immagino che gli occhi mi si erano chiusi per un minuto o due.
Il suono nacque da un angolo inaspettato.
Hasan gridò.
Un lungo urlo penetrante che mi spinse in avanti, mi fece perdere l'equilibrio, e mi ributtò di nuovo contro il muro con un tonfo.
Il tamburo continuò a risuonare, senza perdere una sola battuta. Però alcuni dei danzatori si fermarono a guardare.
Hasan era balzato in piedi. Aveva i denti scoperti e gli occhi ridotti a fessure, e sul suo viso si leggevano, sotto la pellicola di sudore, i segni evidenti d'uno sforzo enorme.
La sua barba era una punta di lancia arroventata.
Il suo mantello, disteso alto contro certe decorazioni murali, era un paio d'ali nere.
Le sue mani, in un'ipnosi di lenti movimenti, stavano strangolando un uomo inesistente.

Angelsou - ripeté. - È un dio nero, un dio da temere. Il tuo amico è posseduto da Angelsou.
- Spiegati, per favore.
- Viene raramente al nostro hounfor. Non è deside­rato, qui. Coloro che egli possiede diventano assassini.
- Penso che Hasan stesse provando una nuova misce­la per pipa. Oppio mutante o qualcosa del genere.
- Angelsou - disse lei di nuovo. - Il tuo amico di­venterà un assassino, perché Angelsou è un dio della morte, e fa visita solo ai suoi simili.
- Mamma Julie - replicai, - Hasan è un assassino. Se tu avessi un pezzo di gomma per ogni uomo che ha ucciso e tentassi di masticarli tutti, sembreresti uno scoiattolo. È un assassino professionista; nei limiti con­sentiti dalla legge, di solito.



Mi sedetti su un tronco dinanzi al fuoco, e Hasan s'infilò nella Gauzy. Ne riemerse un minuto dopo con la pipa e un blocchetto di roba dura dall'aspetto resinoso, che procedette a spezzare e ridurre in polvere. La mi­schiò con un pizzico di tabacco, e poi ne riempi la pi­pa. Dopo averla accesa con un tizzone raccolto dal fuo­co, si sedette a fumare al mio fianco.
- Non voglio ucciderti, Karagee - disse.
- Condivido questo sentimento. Non voglio essere ucciso.
- Ma domani dovremo combattere.
- Sì.
- Potresti ritirare la sfida.
- Potresti andartene in Lancia.
- Non lo farò.
E io non ritirerò la sfida.



Hasan succhiava sempre la sua pipa. Annusai. Sentii un profumo come di legno di sandalo.
- Cosa stai fumando?
- Viene dalle mie parti. Ci ho fatto un salto recente­mente. È una delle nuove piante che prima non cresce­vano. Provala.
Aspirai diverse boccate nei polmoni. Dapprima non successe nulla. Continuai a tirare, e dopo un minuto una progressiva sensazione di calma e tranquillità comin­ciò a penetrare nelle mie membra. Aveva un sapore amaro, ma rilassava. Gli restituii la pipa. La sensazione rimase, divenne più forte. Era molto piacevole. Non mi sentivo tanto calmo, tanto rilassato da diverse settima­ne. Il fuoco, le ombre, e il terreno attorno a noi diven­nero d'improvviso più reali, e l'aria della notte e la luna distante e il rumore dei passi di Dos Santos mi giunge­vano più chiaramente della vita stessa. Sul serio. La no­stra battaglia sembrava così ridicola! Alla fine avremmo perso. Stava scritto che l'umanità fosse destinata a fare da cane e gatto e scimpanzé ammaestrati per l'unica ve­ra razza, i vegani; e da un certo punto di vista non era poi un'idea tanto cattiva. Forse avevamo bisogno di qualcuno più saggio che ci sorvegliasse, che dirigesse le nostre vite. Avevamo fatto strage del nostro pianeta du­rante i Tre Giorni, e i vegani non avevano mai avuto una guerra atomica. Reggevano un governo interstellare perfettamente efficiente, controllando dozzine di piane­ti. Tutto quello che facevano era esteticamente piacevo­le. Le loro stesse vite erano meccanismi ben regolati, al­legri. Perché non lasciargli la Terra? Probabilmente se ne sarebbero serviti meglio di quanto avessimo fatto noi. E perché non essere i loro cuccioletti, anche? Non sarebbe stata una brutta vita. Dargli questa vecchia palla di fango, piena di piaghe radioattive e popolata da esseri menomati e deformi.
Perché no?
Accettai di nuovo la pipa e inalai altra pace. Era così piacevole non pensare per niente a cose del genere, co­munque! Non pensare a nulla per cui non si potesse fa­re niente. Era abbastanza stare lì seduto e respirare l'aria notturna ed essere tutt'uno col fuoco e col vento. L'universo stava cantando il suo inno di cosmica unio­ne. Perché aprire il vaso del caos proprio nella cattedra­le?
Ma io avevo perso la mia Cassandra, la mia nera stre­ga di Kos, per colpa delle forze insensate che governano la Terra e le acque. Nulla poteva uccidere il senso di perdita che provavo. Sembrava nascosto in fondo, isola­to dietro pareti di vetro, ma era ancora dentro di me. Nessuna pipa orientale avrebbe potuto placarlo. Non vo­levo conoscere la pace. Volevo l'odio. Volevo strappare tutte le maschere dell'universo: la terra, l'acqua, il cielo, Taler, il Governo Terrestre, e l'Ufficio, per trovare die­tro una di esse la forza che me l'aveva rubata, e com­battere anche quella, provare un vero dolore. Non vole­vo conoscere la pace. Non volevo essere tutt'uno con le cose che avevano fatto del male a lei, che era mia per sangue e per amore. Per cinque minuti buoni desiderai essere nuovamente Karaghiosis, e osservare tutto quello da dietro il mirino d'un fucile.
Oh, Zeus, tu che reggi l'universo, pregai, concedimi di abbattere la Forza nel Cielo!
Tornai nuovamente alla pipa.
- Grazie, Hasan, ma non sono ancora pronto per il mondo dei sogni.
Mi rialzai e mi diressi verso la mia tenda.
- Mi spiace di doverti uccidere domattina - mi gridò dietro lui.

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« Risposta #2 il: 01 Marzo 2006, 14:46:14 »
Mi fai uomo felice.

Riesci a trovare e trascrivere qui i brani del Giardino dei Finzi Contini in tema pipario?
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« Risposta #3 il: 01 Marzo 2006, 15:00:01 »
Lancio la ricerca.
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« Risposta #4 il: 01 Marzo 2006, 16:53:52 »
Una faticaccia!
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« Risposta #5 il: 01 Marzo 2006, 16:54:58 »
Biografia di Giorgio Bassani
(1916 - 2000)
"Come scrittore ho sempre guardato più all'800 che al '900": in queste parole, è racchiusa la chiave di volta per accedere all'universo di Giorgio Bassani e, anche, per comprendere la non positiva accoglienza riservata da parte della critica ai suoi lavori, all'epoca dell'uscita. L'opera dello scrittore bolognese, infatti, nell'ambito della narrativa nostrana tra il 1945 ed i primi anni '60, segna l'inizio d'una fase di restaurazione, il transito dal modulo neorealistico al registro elegiaco: un ripiegamento nel privato, in definitiva, un tuffo nella nostalgia e nel ricordo, indice d'un palese distacco dalla dimensione dell'impegno.
 - ha inteso rappresentare abitudini e mentalità della comunità israelitica benestante di Ferrara. Detta località è centrale nei suoi scritti.
Grande fumatore di pipa.


"Il Giardino dei Finzi Contini"  



Quando, quel sabato pomeriggio, sbucai in fondo a corso Ercole I (evitati la Giovecca e il centro, provenivo dalla non lontana piazza della Certosa), mi accorsi immediata-mente che davanti al portone di casa Finzi-Contini sostava all'ombra un piccolo gruppo di tennisti. Erano in cinque, anche loro in bicicletta: quattro ragazzi e una ragazza. Le labbra mi si piegarono in una smorfia di disappunto. Che gente era? Tranne uno che non conoscevo neppure di vista, un tipo più anziano, sui venticinque, con pipa fra i denti, calzoni lunghi di lino bianco e giacca di fustagno marrone, gli altri, tutti quanti in pullover colorati e in pantaloncini corti, avevano proprio l'aria di essere frequentatori abituali dell'Eleonora d'Este. Arrivati da qualche momento, aspettavano di poter entrare. Ma siccome il porto-ne tardava ad aprirsi, ogni tanto, in segno di allegra protesta, cessavano di parlare ad alta voce e di ridere per mettersi a suonare ritmicamente i campanelli delle biciclette.

 Comunque sia, mai che le sue assenze durassero più di due giorni filati. E d'altronde era anche l'unico, lui, oltre a me, che a giocare a tennis non mostrasse di tenere eccessivamente (per la verità giocava piuttosto male), talora accontentandosi, quando compariva in bicicletta verso le cinque, dopo il laboratorio, di arbitrare una partita odi sedere in disparte con Alberto a fumare la pipa e a conversare.

Era un bel musone, va' là: e neanche tanto originale come aveva l'aria di ritenersi. Volevo scommettere che, opportunamente interrogato, a un certo punto sarebbe uscito fuori a dichiarare che lui in abiti da città si sentiva a disagio, ad essi in ogni caso preferendo la giacca a vento, le braghe alla zuava, gli scarponi degli immancabili week-ends sul Mortaione o sul Rosa? La fedele pipa, a questo proposito, era parecchio rivelatrice: valeva tutto un programma di austerità maschile e subalpina, tutta una bandiera.

Era un bel musone, va' là: e neanche tanto originale come aveva l'aria di ritenersi. Volevo scommettere che, opportunamente interrogato, a un certo punto sarebbe uscito fuori a dichiarare che lui in abiti da città si sentiva a disagio, ad essi in ogni caso preferendo la giacca a vento, le braghe alla zuava, gli scarponi degli immancabili week-ends sul Mortaio-ne o sul Rosa? La fedele pipa, a questo proposito, era parecchio rivelatrice: valeva tutto un programma di austerità maschile e subalpina, tutta una bandiera.

Stava sprofondato in una poltrona. Se ne sollevò puntando entrambe le mani sui braccioli, si mise in piedi, posò il libro che stava leggendo, aperto e col dorso in alto, sopra un basso tavolinetto accanto, infine mi venne incontro.
Indossava un paio di pantaloni di vigogna grigi, uno dei suoi bei pullover color foglia secca, scarpe inglesi marrone (erano Dawson autentiche, ebbe poi modo di dirmi: le trovava a Milano in un negozietto vicino a San Babila), una camicia di flanella aperta sul collo senza cravatta, e aveva fra i denti la pipa. Mi strinse la mano senza eccessiva cordialità. Intanto fissava un punto oltre la mia spalla. Cos'era ad attirare la sua attenzione? Non capivo.
«Scusa» mormorò.

Ciò nondimeno, a partire dalla prima volta che m'ero seduto dinanzi a lui, nello studio di Alberto, avevo avuto un desiderio solo: che mi stimasse, che non mi considerasse un intruso fra sé e Alberto, che infine non giudicasse mal assortito il trio quotidiano nel quale, certo non per sua iniziativa, si era trovato imbarcato. Credo che l'adozione anche da parte mia della pipa risalga proprio a quell'epoca.

Sono persuaso tuttavia che a diffondere nella stanza quel senso di vaga oppressione che vi si respirava fosse proprio lui col suo ordine meticoloso, con le sue caute iniziative imprevedibili, coi suoi stratagemmi. Bastava, non so, che nelle pause della conversazione cominciasse a illustrare le virtù della poltrona sulla quale sedevo, il cui schienale «garanti-va» alle vertebre la posizione «anatomicamente» più corretta e vantaggiosa; oppure, offrendomi aperta la piccola borsa di pella scura del tabacco da pipa, che mi ricordasse le varie qualità di trinciato a suo parere indispensabili perché dalle nostre Dunhill e GBD si ricavasse l'ottimo dei rendi-menti (tanto di dolce, tanto di forte, tanto di Maryland); ovvero che per motivi non mai ben chiari, noti a lui solo, annunciasse con un vago sorriso, alzando il mento verso il radiogrammofono, la temporanea esclusione del suono di qualcuno degli altoparlanti: in ciascuna di tali o simili circo-stanze lo scatto di nervi era da parte mia sempre in agguato, sempre lì lì per scoppiare.

«Comunque, quest'inverno niente» soggiunse sorridendo: «potrei anche giurartelo. Non ho fatto altro che studia-re e fumare, tanto che era la signorina Blumenfeld, proprio lei, a spronarmi a uscire».
Tirò fuori da sotto il guanciale un pacchetto di Lucky Strike, intatto.
«Ne vuoi una? Come vedi, ho cominciato dal genere forti.»
Indicai in silenzio la pipa che tenevo infilata nel taschino della giacca.
«Anche tu!» rise, straordinariamente divertita. «Ma quel vostro Crampi gli scolari li semina!»
«E tu che ti lamentavi di non avere amici a Venezia!» deplorai. «Quante bugie. Sei anche tu come tutte le altre, va' là.»

Mangiavamo sempre molto lentamente. Restavamo a tavola fino a tardi, bevendo Lambrusco e vinello di Bosco e fumando la pipa. Nel caso però che avessimo cenato in città, a un certo punto posavamo i tovaglioli, pagavamo ognuno il proprio conto, e quindi, tirandoci dietro le biciclette, cominciavamo a passeggiare lungo la Giovecca, su e giù dal Castello alla Prospettiva, oppure lungo viale Cavour, dal Castello fino alla stazione. Era poi lui, in genere sulla mezzanotte, a offrirsi di riaccompagnarmi a casa. Dava un'occhiata all'orologio, annunciava che era tempo di filare a dormire (anche se la sirena della fabbrica per loro «tecnici» non suonava che alle otto - soggiungeva spesso, solenne - i piedi giù dal letto bisognava sempre metterli alle sei e tre quarti «come minimo ....), e per quanto insistessi, a volte, per riaccompagnarlo io, non c'era mai modo che me lo permettesse. L'ultima immagine che mi rimaneva di lui era invariabilmente la medesima: fermo in mezzo alla strada a cavallo della bicicletta, stava lì ad aspettare che gli avessi chiuso ben bene il portone in faccia.

Fece con la mano un gesto vago, e uscì in una breve risata.
«Non pensare a me» soggiunse. «Va' pur su, che ti aspetto.»
Tutto si svolse molto rapidamente. Quando tornammo da basso, Malnate stava chiacchierando con la tenutaria. Aveva tirato fuori la pipa: parlava e fumava. Si informava del «trattamento economico» riservato alle prostitute, del «meccanismo» del loro avvicendamento quindicinale, del «controllo medico», eccetera e la donna gli rispondeva con pari impegno e serietà.
«Bon» disse infine Malnate, accortosi della mia presenza, e si alzò in piedi.
Passammo nell'anticamera, diretti verso le biciclette che avevamo accostato una sull'altra alla parete di fianco all'u-scio di strada, mentre la tenutaria, diventata ormai molto gentile, correva avanti ad aprire.
«Arrivederci» la salutò Malnate.
Mise una moneta sul palmo proteso della portinaia, e uscì fuori per primo.
Gisella era rimasta indietro.

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« Risposta #6 il: 01 Marzo 2006, 21:44:17 »
Citazione da: "Aqualong"
Una faticaccia!
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ma ne è uscito un manifesto programmatico... la austerità subalpina mi piace assai
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« Risposta #7 il: 02 Marzo 2006, 21:02:32 »
un piccolo segno di apprezzamento per l'opera che sta facendo Enzo

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« Risposta #8 il: 03 Marzo 2006, 09:45:10 »
Honoré de Balzac

Nato a Tours nel 1799 da una famiglia della media borghesia. Solo nel 1830 aggiungerà il "de" al cognome. Il padre era stato segretario del consiglio del re durante l'Ancien régime, fu poi capo della sussistenza della XXII divisione militare di Tours. La madre proveniva da una famiglia di commercianti.
Iniziò gli studi di giurisprudenza, e si impiegò come scrivano prima presso un avvocato, poi da un notaio.Come scrittore segue la moda e il gusto piccolo-borghese. Si prova con romanzi rocamboleschi e fantastici, senza firmarli. Tutti i suoi tentativi commerciali fallirono, si ritrovò a trent'anni al punto di partenza e coperto di debiti. Il successo giunse grazie a "Gli Sciuani" (1829) e allo scandalo del saggio "La fisiologia del matrimonio" (1830). Da allora si affermò stabilmente sulla scena pubblica francese, come giornalista e romanziere.Si sposò il 14 marzo 1850 sopravvisse solo qualche mese alle nozze. Morì a Parigi, nella lussuosa casa di rue Fortunée (ora rue Balzac), la sera del 18 agosto 1850.

Nei sue narrazioni simili ad affreschi la pipa compare spesso ,ma come elemento di atmosfera.

Il medico di campagna

Il medico e il comandante si guardarono attentamente intorno, ma videro soltanto il badile, la zappa, la carriola, il pastrano militare di Gondrin vicino a un mucchio di melma nera. Nessuna traccia dell'uomo nei solchi sassosi della montagna lungo i quali scorrevano le acque simili a rughe capricciose seminascoste tra bassi cespugli.
   «Non può esser molto lontano. Ohe, Gondrin!», chiamò Benassis. Genestas vide allora in mezzo alla vegetazione di una frana un filo di fumo che si alzava da una pipa e lo indicò col dito al medico, che ripeté il suo richiamo. Il vecchio pontiere sporse allora il capo in avanti, riconobbe il sindaco e venne giù per un viottolo.
   «Ehi là, vecchio mio», gridò Benassis atteggiando la mano come a formare una specie di cornetto acustico, «qui c'è un tuo compagno d'armi, un «Egiziano» che vuole conoscerti».
   Gondrin alzò prontamente la testa verso Genestas con quello sguardo rapido e investigatore che i veterani hanno preso dall'abitudine di rendersi rapidamente conto del pericolo. Vista la rossa coccarda del comandante, portò in silenzio il dorso della mano alla fronte.


«Se il «pelatino» vivesse ancora», disse l'ufficiale, «avresti la tua croce e una bella pensione, perché hai salvato la vita a tutti quelli che oggi portano spalline e che il 1° ottobre del 1812 erano dall'altra parte del fiume. Senonché, amico mio», aggiunse smontando da cavallo e prendendogli la mano con improvvisa commozione, «io non sono il ministro della guerra».
   A queste parole, il vecchio pontiere, dopo aver vuotato e riposto la pipa, si drizzò sulla schiena e disse scuotendo il capo: «Ho fatto solo il mio dovere, signor comandante, ma gli altri non hanno fatto lo stesso con me. Mi hanno chiesto i documenti! I miei documenti, ho detto, sono il ventinovesimo bollettino».

Aveva diciassette anni, era bianca come la neve, occhi di velluto, sopracciglia nere come code di topo, capelli lucenti, folti, che facevano venir voglia di scompigliarli, una creatura davvero perfetta! Fui io il primo ad accorgermi di quella magnifica roba nascosta in cantina, una sera che, mentre tutti mi credevano a letto, passeggiavo sulla strada fumando tranquillamente la pipa. Quei ragazzi brulicavano, l'uno addosso all'altro, come una cucciolata, una cosa buffa! Il padre e la madre mangiavano insieme a loro. A forza di guardare, scoprii, in mezzo alle nuvole di fumo che faceva il padre con le sue zaffate di tabacco, la giovane ebrea che se ne stava là come un napoleone nuovo in un mucchio di soldoni. Io, caro Benassis, non ho mai avuto il tempo di riflettere molto sull'amore. Tuttavia, quando vidi quella fanciulla, capii che fino ad allora non avevo fatto altro che assecondare la natura, mentre quella volta era in giuoco tutto, il cervello, il cuore e il resto. Presi dunque una formidabile cotta, oh, sul serio! Restai là a fumare la pipa e a guardare l'ebrea fino a quando ella non soffiò sulla candela e se ne andò a letto. Impossibile chiudere occhio! Passai la notte a caricare la pipa e a fumare, camminando su e giù per la strada. Una cosa che non mi era mai accaduta! Fu l'unica volta in vita mia che pensai al matrimonio.

«Quando tornai nella mia camera, trovai Renard tutto indaffarato. Credendomi ucciso in duello, stava pulendo le pistole, con l'intenzione di piantar grane a chi mi aveva mandato all'altro mondo... Oh, ma vedete che razza di tipo! Confidai a Renard il mio amore e gli mostrai la cuccia dei ragazzi. Poiché Renard capiva il dialetto di quei cinesi, lo pregai di aiutarmi a fare la mia richiesta ai genitori e a mettermi in contatto con Judith. Lei si chiamava Judith. Insomma, fui per quindici giorni il più felice degli uomini, perché tutte le sere l'ebreo e sua moglie ci fecero cenare insieme alla ragazza. Voi sapete come vanno queste cose e non occorre dica più niente; ma se non vi piace fumare, non potete immaginare il gusto che prova un galantuomo a fumare tranquillamente la pipa col suo amico Renard e il padre della fanciulla, contemplando la sua bella.

Mentre io andavo in estasi e navigavo sulle nuvole guardandola, il mio Renard, che non per niente aveva quel nome, state bene a sentire, faceva il lavoro sotto terra; il vigliacco se l'intendeva con la ragazza, e così bene, che si sposarono secondo le usanze locali perché i permessi avrebbero tardato troppo a venire, ma promise di sposarla secondo la legge francese se per caso il matrimonio non fosse stato riconosciuto. Fatto si è che più tardi, in Francia, la signora Renard ridiventò la signorina Judith. Se io avessi saputo tutto questo affare avrei fatto fuori subito Renard, senza dargli il tempo di fiatare; ma padre, madre, figlia e il mio maresciallo di sussistenza, tutti se l'intendevano come una mafia. Mentre io fumavo la pipa, mentre adoravo Judith



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« Risposta #9 il: 03 Marzo 2006, 13:59:10 »
proverei Thomas Mann e Remarque
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« Risposta #10 il: 03 Marzo 2006, 14:58:32 »
La scelta è molto ampia piano piano faccio una "cernia".
Cerco di fare in modo che dalle spigolature si intraveda un po' la storia,come quella chicca di Balzac,che altrimenti non avrei messo perche mi è sempre stato sulle '.
 :D  8)  :D
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« Risposta #11 il: 04 Marzo 2006, 22:18:21 »
Charles Baudelaire

E’ stato un poeta e un grande critico, tra i maggiori studiosi dei problemi estetici del suo tempo. La sua arte poetica è  molto complessa, non facilmente racchiudibile o esauribile in formule.
Ricorre di frequente all'hashish e all'oppio in mancanza all’assenzio.
Ma nei rari momenti di lucidità è stato un fine intenditore di pittura e un abile traduttore dei racconti di Edgar Allan Poe.
Fumatore sporadico di pipa,il che ulteriormente dimostra che la pipa è un piacere e non un vizio
Nato nel 1821 morì a 46 anni nel 1867.




LA PIPA


Sono la pipa d'un autore. S'indovina, a guardare la mia faccia d'Abissinia o di Cafra, che il mio padrone è un gran fumatore.
Quand'è carico di dolori io fumo come la capannuccia in cui si prepara il pasto pel ritorno dell'aratore.
Stringo e cullo la sua anima nella rete azzurra e mobile che sale dalla mia bocca di fuoco
e svolgo un dittamo potente che incanta il suo cuore e guarisce le pene del suo spirito.



LA PIPA DELLA PACE


Ora Gitche Manito, Signore della Vita, il Possente, discese la verde prateria, l'immensa prateria dai poggi montagnosi, e là, sulle rocce della Cava Rossa, dominando lo spazio, bagnato di luce, si ergeva diritto, in piedi, grande e maestoso.

Così, convocò le genti senza fine, più numerose delle erbe e delle sabbie. E con la terribile mano spezzò un pezzo di roccia e ne ricavò una pipa superba: poi, in riva al ruscello, in un fascio enorme di canne ne scelse una lunga per farsene un cannello.

Per empirla cavò da un salice la scorza; e lui, l'Onnipossente, il Creatore della Forza, ritto in piedi, accese, come fosse un divino fanale, la Pipa della Pace. Alto sulla Cava, fumava, eretto, superbo e intriso di luce. Era per tutte le genti il segnale supremo.

Lentamente saliva quel fumo divino nell'aria mattutina, odoroso, ondeggiante. Fu, dapprima, nient'altro che una tenebrosa striscia; poi il vapore s'azzurrò e ispessì, e sbiancò: e salendo e ingrandendo incessantemente andò a spezzarsi al duro soffitto del cielo.

Dalle più lontane cime delle Montagne Rocciose, dai laghi del Nord di onde rumoreggianti, da Tawasentha, valle impareggiabile, sino a Tuscoloosa, profumata foresta, videro tutti il segnale, il fumo alzarsi immenso e quieto nel mattino vermiglio.

Dicevano i Profeti: «Vedete la striscia di vapore che, simile a mano imperante, oscilla e in nero si distacca tremando contro il sole? È Gitche Manito, Signore della Vita, che dice ai quattro cantoni della prateria immensa: «Vi chiamo tutti, guerrieri, al mio consiglio.»

Per vie d'acqua, per strade di pianura, dai quattro angoli da cui soffiano i venti, tutti i guerrieri, di ciascuna tribù, tutti, accolto il segno della mobile nube, vennero docili alla Cava Purpurea ove Gitche Manito gli fissava l'incontro.

I guerrieri stavano nella verde prateria, in assetto e cipiglio di guerra, maculati come fogliame d'autunno; e l'odio, che porta a combattere gli uomini, l'odio che ardeva un tempo gli occhi dei loro padri, incendiava ancora le loro pupille d'un fuoco fatale.

I loro occhi erano pieni d'un odio ereditario. Or Gitche Manito, Signore della Terra, li guardava con pietà, così come un buon padre, nemico del disordine, che vede i figli combattersi e mordersi. Tale Gitche Manito per tutti quei popoli.

Steso egli su di essi, la sua destra possente per soggiogare il loro cuore e la loro angusta natura, per smorzare la loro febbre all'ombra della sua mano; poi disse loro, con la voce maestosa, simile a quella d'un'acqua tumultuante, che cadendo manda un suono mostruoso, sovrumano!


«O mia posterità, deplorevole e amata! O figli miei, ascoltate la divina ragione. È Gitche manito, Signore della Vita, che parla, colui che portò nella vostra patria l'orso, il castoro, la renna ed il bisonte.

Io vi ho reso caccia e pesca agevoli; perché mai, però, il cacciatore si fa assassino? Fui io a rendere la palude ricca d'uccelli; perché, indocili figli, non v'accontentate? Perché l'uomo dà la caccia al vicino?

Sono stanco, stanco delle vostre orribili guerre. Le vostre preghiere, persino i vostri giuramenti non sono che misfatti. C'è un pericolo in voi: sta nei vostri umori opposti, mentre nell'unione sta la vostra forza. Fraternamente dunque vivete in pace fra di voi.

Riceverete presto, dalla mia mano, un Profeta, che verrà ad istruirvi e a soffrire con voi. La sua parola farà della vita una festa; ma se disprezzerete la sua perfetta saggezza, sarete destinati, poveri figli reprobi, ad essere distrutti.

Cancellate nei flutti i colori delittuosi. Sono fitte le canne e la roccia dura: ognuno può cavarne la sua pipa. Ma, più guerre né sangue. Vivete ormai da fratelli e uniti fumate la Pipa della Pace!»


D'improvviso, gettate le armi a terra, lavano nel ruscello i colori di guerra che lucevano sulle loro fronti crudeli e trionfanti. Ognuno si fa una pipa e coglie sulla riva un lungo cannello che abilmente abbellisce. Lo Spirito sorrideva ai suoi poveri figli.

Ognuno, l'anima in pace, estatica, riprese la strada, e Gitche Manito, Signore della vita, risalì, per la porta dischiusa dei cieli. - Attraverso lo splendido vapore della nube, l'Onnipossente saliva, contento di sé, immenso, profumato, sublime e radioso!


Paradisi artificiali


I suoni hanno un colore, i colori una musica. Le note musicali sono numeri e risolvete con rapidità fulminea via via che la musica fluisce nel vostro orecchio calcoli aritmetici che hanno del prodigio. Siete seduti e fumate; credete di essere seduti sulla vostra pipa, e siete voi che la vostra pipa fuma; siete voi che vi esalate sotto forma di nuvole azzurrognole.
   Vi trovate bene, una sola cosa vi preoccupa e vi inquieta. Come farete ad uscire dalla vostra pipa? Questa fantasia dura un'eternità. Con grande sforzo un intervallo di lucidità vi permette di guardare il pendolo. L'eternità è durata un minuto. Siete presi in un'altra corrente di idee; sarete presi per un minuto nel suo vivente gorgo, e questo minuto sarà ancora una eternità. Le proporzioni del tempo e dell'essere sono disturbate dall'innumerevole moltitudine e dall'intensità delle sensazioni e delle idee. Si vivono parecchie vite d'uomo nello spazio di un'ora.

Allo stesso modo l'uccello che si libra in fondo all'azzurro rappresenta prima l'immortale desiderio di librarsi sopra le cose umane, ma poi già siete l'uccello stesso. Vi penso seduti a fumare. La vostra attenzione planerà un po' troppo a lungo sulle volute azzurrine che si innalzano dalla vostra pipa. L'idea di un'evaporazione lenta, successiva, eterna, diverrà padrona della vostra mente e applicherete presto quest'idea ai vostri pensieri e alla vostra materia pensante. Per uno strano equivoco, per una specie di trasposizione o qui-pro-quo dell'intelletto, vi sentirete divenir voi stessi fumo


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« Risposta #12 il: 05 Marzo 2006, 00:38:24 »
La relazione del viaggio che fece il capitano Fernando Pizarro per ordine del governatore suo fratello, da che partì dal popolo di Caxamalca per andare a Xauxa finchè ritornò.


Il dí della Epifania, a' sei di gennaro del 1533, partí il capitano Fernando Pizarro dalla città di Caxamalca con venti da cavallo e con certi schiopettieri a piedi, e quel dí stesso andò a dormire in un certo luoghetto cinque leghe indi lungi. Il secondo giorno andò a mangiare ad una terra chiamata Ychoca, dove fu ben ricevuto, e v'ebbe tutto quello che e per sé e per le sue genti li faceva di bisogno.


E in tutto quel paese s'imbriacano con certo fumo, che danno ciò che hanno per averne. Beono similmente un'altra cosa che cavano delle frondi degli arbori, come d'elci, e le cuocono in alcune botti al fuoco, e dipoi che l'hanno cotta empiono la botte d'acqua, e cosí lo tengono sopra il fuoco, e quando ha bollito due volte la buttano in alcuni vasi e la raffreddano con una mezza zucca: e quando sta con molta schiuma, la beono quanta piú calda la posson soffrire, e finchè la cavano della botte e finchè la beono stanno gridando "chi vuol bevere". E quando le donne sentono questi gridi, subito si fermano senza aver ardir di muoversi, se ben si trovassero d'esser molto cariche: e se per sorte alcuna d'esse si movesse, la svergognano e danno delle bastonate, e con molto sdegno e colera essi gettan via quell'acqua o bevanda che hanno fatta, e se ne hanno bevuta la vomitano fuori, il che essi fanno molto agevolmente. La ragione di questa loro usanza essi dicono che è questa, che se, quando essi vogliono bere di quell'acqua, le donne si muovono da dove le prende quella voce, in quella bevanda si mette una cosa trista, la quale entrando nel corpo in breve spazio gli fa morire. E tutto il tempo che quell'acqua si cuoce, il vaso ha da star bene turato e chiuso, e se per sorte stesse scoperto e venisse a passare alcuna donna, la gettano via e non ne beono piú.

Similmente hanno grande abondanza di melloni grossi, cocomeri, zucche, piselli, fave, e d'ogni colore, ma non della sorte delle nostre. Nascevi anco una certa erba, della qual fanno gran munizione tutto il tempo della state per l'inverno, la qual apprezzano e stimano grandemente, e ne usano solamente gli uomini nel modo e forma che seguita. La fanno seccare al sole e la portano al collo rivolta in una picciola pelle d'animale, in modo di sacchetto, con un cornetto di pietra o di legno; poscia a tutte l'ore fanno polvere di detta erba e la mettono in uno de' capi di detto cornetto, e disopra pongono un carbone di fuoco, e dall'altro canto e capo del cornetto succiano tanto che s'empiono di tal maniera il corpo di detto fumo, che poscia ne esce per la bocca e per le nari sí come per una tromba di camino: e dicono che questo effetto li tien caldi e sani, né mai vanno senza detta polvere. Noi avemo esperimentato detto fummo, e avendonelo posto in bocca ne parve aver posta tanta polvere di pepe, di cosí fatta maniera è caldo.
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« Risposta #14 il: 06 Marzo 2006, 13:53:56 »
sei immENZO
"Bohhh tieniti le tue adorate dunhill e pipe da snobe i tuoi tabacchi da bancarella del mercato" Cit. toscano f.e.

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